STORIA DI CONCESIO

Cenni Storici  

 

L’ Età Antica

Concesio, per la sua posizione geografica, si trova in una situazione del tutto particolare, la sua posizionei è all'imbocco meridionale della Valle Trompia, proprio sul confine del municipio romano e poi della colonia Brixia, nel territorio della quale fu certamente integrato anche prima che la valle fosse stabilmente conquistata; logica vuole che il confine, secondo il costume romano, fosse posto in luogo strategicamente favorevole, cioè dove la valle cominciava a farsi più stretta, in pratica a nord di Concesio, anche se non possiamo dire con precisione in quale punto.
Il territorio di Concesio (o Conces-i-us) è sempre stato conteso tra valligiani e cittadini privandolo per secoli e secoli d'una propria identità sociale. Gli abitanti stessi, boscaioli in prevalenza (o semplici contadini), vennero contesi da ambo le parti fino alla certa conquista romana. Questo travaglio storico non permise la costituzione d'un centro di aggregazione sociale, la nascita d'un villaggio, per cui non è possibile reperire documenti comprovanti l'esistenza d'un centro abitato diviso tra città e valle.
Nonostante questo tuttavia è possibile, anzi probabile, che il villaggio o pagus fosse più trumplino, cioè ligure o reto-ligure, che cenomane, ma è anche molto improbabile che conservasse a lungo intatte tali caratteristiche, stando gomito a gomito con la città prima celtica, ma ben presto italicizzata, anzi romanizzata anche nella composizione etnica.
Il famoso trofeo delle Alpi (CIL-V-7817) che elenca i nomi dei popoli vinti e sottomessi ad Augusto, comincia proprio con i Trumplini, a cui seguono immediatamente i Camuni. Infatti quando già da tempo la città di Brixia era romana, le popolazioni delle valli finitime erano ancora praticamente indipendenti; Augusto decise di sottometterle stabilmente con operazioni militari che ebbero la caratteristica di vere e proprie guerre più che di azioni di “polizia” interna. Per quanto riguarda la Valle Trompia, le truppe romane al comando di Publio Silio Nerva partirono da Brixia, nel 16 a.C., e forse mossero proprio da Concesio se, come è probabile, questo era l'avamposto dei romani verso la valle; nel 15 a.C. le operazioni si allargarono nella cosiddetta guerra retica condotta da Druso.
"Videre Rhaeti bella sub Alpibus / Drusum gerentem et Videlici" cantava Orazio (Od. IV 17-18), ma intanto la sorte dei Trumplini era già compiuta; se ci sia stata da parte loro qualche ribellione o minaccia alla città è cosa su cui non tutti gli studiosi sono d'accordo. Secondo alcuni le operazioni belliche non partirono da Brixia, ma Silio Nerva sarebbe venuto dall'Istria a marce forzate e, sconfitti i Trumplini (ribelli), si volse poi contro i Camuni.
In questa guerra il territorio, oggi Concesio, ebbe una parte importante solo se lo si pensa come punto di rifornimento all'esercito proteso a conquistare la Valle ribelle. Qualora stesse nascendo un primitivo agglomerato di case, con aspetti sociali tipici, le truppe romane insediatisi distrussero o modificarono radicalmente il carattere proprio di chi si era insediato stabilmente in questa zona boschiva.
Certo i Trumplini diedero del filo da torcere ai Romani, Brixiani compresi, se proprio loro aprono la serie dei popoli montani sconfitti da Augusto per mano dei suoi luogotenenti; e, una volta vinti, furono trattati, almeno in apparenza, assai duramente. Ci racconta Plinio che, dopo la sconfitta, furono dichiarati Venales, cioè schiavi vendibili con le famiglie e tutte le loro cose; ma i Romani erano usi in questi casi a far la voce grossa; applicare poi le terribili ipotetiche sanzioni... era un altro discorso.
Naturalmente tutte queste vicende riguardano Concesio solo indirettamente, se è vero che il villaggio fu integrato abbastanza presto nel territorio della città, municipio o colonia che fosse; ma proprio la sua particolare posizione ci impedisce di affermare con certezza se seguì fin dall'inizio tutte le vicende amministrative di Brixia. Comunque quando i Roscii vengono ricordati dai loro liberti nell'epigrafe a Giove protettore dei loro possessi in Concesio, tutti i Trumplini sono ormai da dodici anni cittadini romani a pieno diritto e, almeno da questo punto di vista, non c'è più differenza alcuna fra la città, Concesio e il resto della Valle; questa era già percorsa allora come oggi da una strada di notevole traffico, e proprio vicino a Concesio, ne sarebbe indizio il caratteristico toponimo Levata.  

Il Medioevo
La storia Medioevale di Concesio presenta una caratteristica costante in moltissime terre di Lombardia, data cioè la permanenza di un vasto ceto dirigente nei Comuni rurali, come in quelli cittadini, di un vero e proprio patriziato. Questi nuclei di cittadini originari amministravano con il criterio "Bonus pater familias" la vita Comunale e i beni del patrimonio comune particolarmente abbondanti nella zona montana e silvestre di Concesio.
La vita, regolata dal suono delle campane, trascorreva serenamente in un'atmosfera di religiosità fondata sulla fede di questo laborioso popolo e sulla onestà dei costumi. Si trattava veramente di "nobiltà".
Il bosco ceduo che per secoli aveva servito la città di Brescia (e borgate limitrofe), si veniva man mano riducendo per far posto alla campagna, alle primissime officine che iniziavano a battere il ferro. Il vecchio nucleo veniva pian piano ingrandendosi fino a raggiungere un vero e proprio "loco trumplino", la presenza della «Pieve» che, qui costruita e già ampliata nel X sec., fu molto importante nella storia del paese perché facilitava l'aggregarsi di famiglie che dalla vicina città venivano a cercare lavoro in questo lembo di terra.
La strada principale della frazione Concesio dell'omonimo Comune, là dove si affaccia l'antico palazzo dei Conti di Lodrone (passato successivamente ai Montini e nel quale il 26 settembre 1897 vide la luce sua Santità Paolo VI, la più fulgida gloria della terra bresciana), porta da lunghi anni il nome di Rodolfo da Concesio. Con questa singolare figura di magistrato medioevale, si ricordava anche una storica famiglia le cui vicende può essere che si identifichino con quelle del luogo di origine e da essa certamente denominato.
Nel 1124 era console un Gandolfo da Concesio; seguendo poi le vicende del libero Comune di Brescia in questo secolo, accanto ai nomi dei gloriosi Valvassori ed Oprando Brusato vincitori della guerra che dal loro titolo feudale prende il nome, troviamo nel 1177 un da Concesio ricordato in modo tutt'altro che lusinghiero. Infatti Adelongo da Concesio e Adamo da Ome, furono severamente puniti da Ardiccio, preoccupato di rimettere ordine nel Governo e nella finanza.
Con Rodolfo da Concesio (uno dei promotori della resistenza al Barbarossa e della Battaglia di Legnano, 29/5/1176), firmatario tra gli altri per Brescia della "pace di Costanza", il nome della famiglia entra in un importante capitolo della storia nazionale ed europea. Rodolfo da Concesio figurerebbe tra i nobili bresciani che parteciparono alla Crociata del 1189. La notizia riferita in una cronachetta del Lauri stampata alla fine del '500, non trova però conferma in altri documenti.
Un'altra notizia di quell'anno, molto interessante ai fini della storia di Concesio, è che nel 1189 il Vescovo di Trento infeudava Lodrone ai Setauri, con il patto che essi non facessero alcuna vendita o cessione di terre ai bresciani. E come i Lodrone abbiano tenuto fede all'impegno è ampiamente dimostrato dagli acquisti che in seguito fecero nelle nostre valli, ed anche a Concesio dove ben presto si spinsero.
Nel sec. XII vediamo ricordata la casa posseduta dai da Concesio in Brescia, ed un altro personaggio della famiglia, Corrado, valoroso oppositore nel 1237 alle truppe imperiali di Federico II in Montichiari. Ma com'è noto la resistenza bresciana fu vana. Né maggior fortuna arrise nel 1260 a Patrizio da Concesio, podestà di Milano, deposto dalla carica in seguito alla assunzione di Martino della Torre, alla signoria cittadina.
Si può dire, senza paura di smentite, che la nobile famiglia dei «da Concesio»(ricordiamo anche Pattuccio di Concesio capitano del popolo a Firenze negli anni 1256/57 che aveva costretto alla rinuncia il ghibellino bolognese Brancaleone degli Andalò), ha scritto delle degnissime pagine nella storia non solo di Brescia ma anche delle vicine città lombarde, in modo particolare Milano. Mancano documenti intorno ad altre loro benemerenze, ma, da quanto avvenuto, si può intuire che questi nobili furono sempre amanti della libertà e della pace. Tali virtù, è indubbio, saranno rifulse nella borgata di Concesio che sempre si onorò, conservandolo, di quel nome in cui si unisce e si confonde la reciproca storia.

L’Età Moderna
Agli inizi del sec. XV, come testimonia il registro delle entrate e spese della Camera di Pandolfo Malatesta signore di Brescia e Bergamo, si trovano nomi di personaggi della famiglia già ricordata dei da Concesio, insieme a quelli dei nobili agresti aventi dimora e beni nel Comune, alcuni di essi sono: Agostino de Soldo, Bertolino de Cirellis, Cristoforo de Castro, Giovannino Tamarate, Pecino de Villa. Questi nobili famiglie si spinsero fino in questa terra, non lontana dalla città, per l'acquisto di terre coltivabili, o per costruirvi delle piccole case ove passare in tranquillità i mesi più caldi dell'anno. La loro venuta fu di grande beneficio per tutti coloro che già qui vi abitavano poiché riuscì a dare lavoro a molti contadini, a molte donne in servizio e, anzi, la popolazione aumentò in fretta a causa di sempre nuove richieste di manodopera spicciola.
Alcune di queste famiglie sussisteranno ancora nei successivi decenni come prova il Registro Veneto dei Nobili estimati nel territorio bresciano tra il 1426 e il 1498, pubblicato dal Monti della Corte. E' interessante notare come si siano aggiunte altre famiglie, i nomi delle quali sussistono tutt'ora: De Rovetta, Petrinellis, De Zanottis, De Pasqualibus, Zapis (Zappa), De Lodrono (Lodrone), Fiorini provenienti dalla Valle Camonica, De Furno, De Bertolinus (Bertoloni), De Miliolis (Miglioli). Anche queste famiglie, provenienti da varie località, con le loro ricchezze, non solo economiche, portarono nuova linfa alla Comunità. Se per lunghi secoli questa terra d'incontro tra la città di Brescia e la Valle era nominata solo per il suo prezioso legname, grazie a questi nuovi insediamenti ora assume anche un posto di competenza nella storia bresciana.        
Concesio venne duramente provata dall'alluvione del fiume Mella nel 1856. Il fiume che tanto aveva dato a questa terra nei secoli precedenti, sembrò in un breve volgere di tempo, riprendersi tutto. I campi vennero allagati e il raccolto distrutto, le officine che forgiavano il ferro vennero gravemente danneggiate dalla furia dell'acqua che non risparmiò le case che si trovavano lì vicine. I Concesiani scriveranno nobili pagine di carità cristiana e di umana solidarietà anche in quelle tragiche ore, quando tutto ormai sembrava finito. Il coraggio degli abitanti di Concesio permise l'immediata ricostruzione delle case distrutte, delle officine danneggiate, dei campi infangati. Le nobili famiglie che qui avevano possedimenti ritornarono per aiutare nella rinascita un paese che, cambiato ormai per sempre, si presentava alla storia, pronto a scrivere nuove pagine da consegnare ai posteri. Oggi questo piccolo quadrato geografico di terra è noto a tutto il mondo: le attività agricole (anche se oggi si sono di molto ridotte) e soprattutto quelle industriali (che sono, al contrario, in piena espansione), il fervore di vita religiosa e caritativa fanno sì che Concesio possa degnamente meritare, per quello che ha potuto dire anche nella storia, una considerazione ed essere additato ad esempio.
Nessun titolo, comunque, né di città laboriosa, né tantomeno di città progressista farebbe onore a questo industrioso centro della provincia di Brescia, quanto quello che tutto il mondo, ammirato, gli riconosce: essere la terra che ha dato i natali all'illustre Pontefice Massimo Paolo VI.
 
 

Concesiani illustri  

 

Ci sia consentita una breve disgressione per la nobile famiglia Montini. L'estimo malatestiano del 1416 ricorda "Bertolinus Montini de Benedictis et filius in Savallo inter nobiles", tra quelli cioè che pur non abitando a Brescia, godevano dei diritti e privilegi nobiliari. E' da notare che gli antichi Montini erano chiamati "Benedetti" (secondo alcuni storici), nome augurale per l'altissima dignità cui sarebbe asceso il futuro Vicario di Cristo. Scriveva infatti Mons. Paolo Guerrini: "I Montini, largamente diramati intorno a Sarezzo e in varie posizioni sociali, mantennero sempre e ovunque come caratteristica della stirpe, la religiosità, un patrimonio atavico di specchiata probità professionale, una nobiltà di vita e di saggezza che non si disperde, ma cresce sempre più".
ìNel sec. XIX, anche Concesio partecipò al moto patriottico per l'unità italiana. Basti ricordare il nobile Gerolamo Sangervasio che, nell'ambito del Comune, in frazione Campagnola, ebbe lunga dimora. Una lapide ricorda l'invitto patriota delle X giornate con le quali Brescia venne nominata Leonessa d'Italia: «A Girolamo Sangervasio / che con impavida eroica energia / resse Brescia nelle memorabili X giornate / mirando alla salvezza e all'unità della Patria.»
Non possiamo poi dimenticare un altro figlio illustre di questa terra bresciana, il celebre filosofo e teologo abate Giuseppe Zola (1739-1806).
Un valoroso combattente del Risorgimento, Luigi Rizzardi dei Mille (nato a Brescia il 22/4/1835 e morto a S. Vigilio il 6/6/1892) è degnamente ricordato nella toponomastica di Concesio. La "Sentinella Bresciana" dell'8 giugno 1892 commemorava "il nostro concittadino ed amico Luigi Rizzardi del fu Vincenzo, modesto avanzo di quella leggendaria schiera dei Mille e che già aveva preso parte attivissima al patrio riscatto nel Corpo dei Cacciatori delle Alpi nel 1859, caro a tutti pel suo carattere liberale a fatti ed onestissimo...".
 
 

La famiglia Montini  


I Montini sono originari di Savallo, una delle vallette secondarie della Valle Sabbia, e il loro cognome primitivo fu "de' Benedictis", mentre il cognome attuale Montini non è che il soprannome popolare dato alla famiglia in Brescia e nei dintorni per indicarne la provenienza dalla montagna. Montanari dunque, ma montanari nobili, appartenenti come molte altre famiglie bresciane (es. Brunelli, Cesari, Fenaroli...) a quella nobiltà rurale che nel sec. xv venne lentamente sostituendosi anche in Brescia alla vecchia nobiltà feudale e militare che declinava e scompariva.

Il primo accenno ai Montini in Brescia apparve nell'Estimo Malatestiano del 1416 con l'iscrizione "Bertolinus Montini de' Benedictis et filius in Savallo inter nobiles habitur, in terris brixianis qui non sunt descripti in Quadris", cioè fra i nobili rurali che pur avendo il domicilio nel territorio godevano dei diritti e dei privilegi della nobiltà bresciana. Questo Bertolino de Benedictis è senz'altro il capostipite storicamente sicuro della famiglia che da Savallo si diramò poi a Lumezzane, Nave, da Sarezzo a Concesio e poi a Brescia, con diversa fortuna, ma in evidente e costante unità gentilizia. Negli estimi di Brescia del 1430-1434 è iscritto un "Cominus filius Bertolini Montini de' Benedistis in Savallo" proprietario di fondi e case a Mompiano, Nave, Odolo e altre località della Valsabbia e della Valtrompia. Alla morte di Bertolino II scompare il primitivo cognome de Benedictis e rimane il soprannome Montino, che passò ai figli come cognome di famiglia. L’unità gentilizia della famiglia è confermata dalla presenza dello stemma ritrovato originariamente sulla facciata della casa situata in Valle Sabbia e successivamente a Lumezzane e a Sarezzo. In campo rosso, tre monti verdi sormontati da tre gigli d'argento e da rostri d'argento disegnano lo stemma del casato dei Montini. Dell'illustre famiglia fu compilato nel XVIII secolo l'albero genealogico che porta nella testata lo stemma gentilizio dei Montini eguale a quello ritrovato nella Valle Sabbia, loro culla, e questa scritta: "Sicut arbor producit ramos - Ita homo producit filios (alcune parole abrase) Illustre domus 1400 - Hic operi studium dedit Angelus Bosius". Il documento è oggi conservato nella storica casa Montini di Sarezzo insieme con vari ritratti di famiglia.
Gaetano, Giorgio e Giovan Battista Montini
Il dottor Gaetano Montini nel 1830 aveva trasferito la famiglia da Sarezzo a Concesio, avendovi acquistato la casa e i terreni di proprietà, un tempo, dei conti Lodron e poi dei Martinenego. Ad essa i Montini si affezionarono così" da farne una delle dimore più care della famiglia come caro fu sempre Concesio, antica terra ricca di storia.
Dal matrimonio con Maddalena Pievani l'11 marzo 1830, pochi mesi prima che la famiglia giungesse a Concesio, nacque Lodovico (secondogenito). A soli sei anni il piccolo rimase orfano di padre e così" venne affidato alle cure dello zio Carlo Montini. Nonostante le numerose vicissitudini egli riuscì" a laurearsi in medicina, professione che condusse con amore e professionalità tanto da guadagnarsi la più viva riconoscenza delle popolazioni di Sarezzo e Concesio, luoghi dove esercitò la sua attività di medico. Il 17 ottobre 1857 si sposò con Francesca Buffali. Dal loro matrimonio il 30 giugno 1860 venne alla luce il piccolo Giorgio. Dopo aver frequentato le prime classi elementari a Concesio proseguì" gli studi nella vicina città. Un caro ricordo conservava di lui il maestro di Concesio, Teodoro Calabria che così" gli scrisse nell'anno 1869: "Ti raccomando di essere studioso e obbediente a' tuoi superiori, essendoché essi tutto fanno pel tuo bene... Ti do la triste novella che il Municipio di Concesio vuol aprire il concorso delle due scuole; per cui nell'autunno venturo non potrò godere della tua cara compagnia. Spero però che ci vedremo ugualmente...".
Trascorso il periodo invernale a Brescia per poter frequentare la scuola, ritornava in Concesio dove trascorreva le sue vacanze anche se per alcuni giorni saliva a Gianico in Vallecamonica presso i parenti Fiorini, una famiglia distintissima e cristiana. Ma il desiderio, il pensiero era sempre a Concesio: "Ho tanta voglia di vederti", così" scriveva alla mamma dalla verde Valle Camonica. Nel 1882 ottenne la laurea in giurisprudenza all’università di Padova. Durante un viaggio a Roma per l'udienza con il Papa, conobbe colei che sarebbe poi diventata la sua amatissima consorte. Il 2 agosto 1895 si sposò con Giuditta Alghisi (1874-1943); donna pia e schiva che pur dedicando tutta la vita alle cure dei propri figli tuttavia non si ritrasse da impegni caritativi; accettò anche la presidenza delle "donne cattoliche di Brescia". Ma è il settore della carità e dell'assistenza cristiana che l'ebbero tanto generosa quanto discreta soccorritrice. Ogni suo gesto era caratterizzato dalla delicatezza, giovialità e dal dolce sorriso che sempre affiorava sulle sue labbra in ogni incontro con la gente semplice anche del paese e con i bambini che spesso affollavano il cortile di casa.
Alla casa di Concesio i Montini si affezionarono come a patria del cuore e ad essa dedicarono cure amorevoli. Altrettanto attenti erano all'amicizia che veniva a crearsi con la gente del piccolo borgo. Amicizie influenti nelle scelte che Giorgio Montini avrebbe fatto lungo il corso della sua vita. Prima fra tutte l'amicizia con il parroco don Giovanni Fiorini, che di Giorgio fu il primo maestro quando era semplice curato (1853-1868) e poi parroco. Pur essendo impegnato nella pastorale, non disdiceva gli studi di filosofia e di teologia, compiti che non lo distoglievano dall'altra sua meticolosa attenzione, i bisogni ed i problemi della sua gente, in modo particolare dei poveri. Il parroco spesso si recava nella casa Montini per discussioni e decisioni importanti. Un appunto di Giorgio Montini stesso, ritrovato dietro una fotografia di don Fiorini, lo qualifica come suo primo maestro. I due discutevano su scelte molto importanti per il bene sociale e religioso del paese nonché lunghe e controverse discussioni filosofiche. E' storica la disputa sul termine "acattolico" tra i due dove, come interlocutore, viene citato il parroco di Gardone Valtrompia, scommessa finita con una cena a base di polenta e uccelli. Così scriveva il Prevosto Valtrumplino a Giorgio Montini: "Le informazioni prese intorno alla parola acattolico ingaggiata con il signor Arciprete di costì mi fanno sperare che al detto signor Arciprete dottor sofistico toccherà pagare la scommessa e dovrà prendersi la briga di preparare una mangiatina di un paio di dozzine di uccelli nella canonica di Concesio. Contemporaneamente io prego la S.V. di far porgere al signor Don sofistico Fiorini che io sto attendendo il giorno in cui potremo accedere alla grande operazione...". 
Altre amicizie importanti le ebbe poi con il poeta Aleardo Aleardi che trascorreva molti periodi dell'anno in vacanza a Concesio, con il nobile Girolamo Sangervasio, vecchio patriota liberale che dopo la battaglia di Solferino e S. Martino aveva retto l'amministrazione comunale di Brescia.
Mentre Giorgio Montini trascorreva più tempo nella casa di Concesio, la moglie, assieme al primo figlio, si ricongiungeva nel periodo estivo in questa dolce casa alle porte della città.
Nell'anno 1897 vi fu una ragione particolare per prolungarne la permanenza: si aspettava la nascita del secondogenito. Papà Giorgio si preoccupò affinché la moglie e i famigliari vi rimanessero ancora per tutto l'autunno inoltrato. Settembre e ottobre, con le vigne ricche di grappoli, le castagne ormai pronte sul colle Verdura, le grandi distese di piante cariche di cachi, conosciute in tutta la regione ed il cielo dolce con una brezza carezzevole, erano i mesi più adatti per un supplemento di vacanza a Concesio.
Qui alle ore 22 del 26 settembre 1897 nacque Giovan Battista Montini, il futuro papa Paolo VI. Il battesimo, come era consuetudine in famiglia, fu affrettato. Il 30 settembre, il piccolo Battistino, come venne poi chiamato da tutti, fu portato nella vecchia chiesa della Pieve dedicata a S. Antonino M. ed il parroco don Giovanni Fiorini lo battezzò con i nomi di Giovanni Battista, Enrico, Antonio, Maria. Nel registro dei battesimi, custodito nell'archivio parrocchiale, risulta il 51¡ nato in quell'anno. I primi nomi erano eredità di famiglia: Giovanni Battista ricordava lo zio arciprete di Sarezzo e il nonno materno; Enrico voleva essere un segno di riconoscenza verso il padrino, l'avv. Nob. Enrico De Manzoni. Gli altri erano segni di devozione.
Nonostante i numerosi impegni che lo occupavano nella città di Brescia, Giorgio Montini si dedicò con sempre molta attenzione e cura alle vicende parrocchiali e comunali di Concesio. Mentre nel piccolo giardino e nel parco intorno al poderoso abete i bambini giocavano con i coetanei, sotto il grande pergolato che faceva da baldacchino ad una lunga tavola di marmo, convenivano per lunghe conversazioni i notabili, i politici, gli operai e tutti coloro che partecipavano attivamente alla vita bresciana. Da questo luogo, lontano dal frastuono e influenze cittadine, venivano prese decisioni ed interventi risoluti per affrontare i problemi più scottanti del momento. Montini sostenne proprio in questa casa le lotte degli operai di Concesio e della Valle Trompia, specialmente nel 1909-1910 e spinse il parroco e i più attivi cattolici del paese a fondare un Circolo Operaio Cattolico, alla cui inaugurazione partecipò con grande gioia. In casa ospitò più volte convegni e riunioni di lavoratori, spingendo ciascuno all'azione e ad una sempre più intensa presenza cristiana. Partecipò attivamente alle opere assistenziali e fu amministratore assiduo dell'asilo di Concesio anche in tempi di delicate questioni di eredità. Per assicurare all'asilo un patrimonio indispensabile dovette figurare nel 1902 come erede della signora Antonelli. Lo stesso interesse portò alle opere parrocchiali. Sempre in questa casa, per venire incontro alle esigenze della gente più semplice e povera, alla fine dell'Ottocento venne creato un banco di pegno chiamato "Banca di Sant'Antonino" confluita, nel 1937, nella Banca San Paolo di Brescia. Nel 1911-1912 fu l'animatore delle Commissioni per l'erezione di una chiesa a Concesio per le frazioni di Costorio e Codolazza. Per reagire all'egemonia zanardelliana favorì" in tutte le maniere l'istituzione del Comitato parrocchiale che a Concesio fu tra i più attivi della provincia. Se tanto era il suo impegno in parrocchia e tra gli operai, altrettanto lo fu nell'Amministrazione Comunale dove venne rieletto più volte non solo come consigliere comunale ma anche come Sindaco di Concesio, carica ricoperta per poco tempo decidendo di dedicarsi agli impegni politici bresciani. In data 20 maggio 1914, avendo deciso di presentarsi come candidato nelle elezioni amministrative di Brescia, rinunciò definitivamente agli impegni amministrativi ricoperti a Concesio. Questa decisione la comunicò per iscritto al parroco don Celestino Bonomini, succeduto a don Giovanni Fiorini alla guida della parrocchia: "Per oltre trent'anni ho preso parte all'Amministrazione del Comune come le mie forze e le circostanze mi consentivano: è ora di lasciare il posto ad altri, che abbiano maggiore tempo e miglior salute di me da dedicare alla cosa pubblica".
Non solo aveva lavorato attivamente per trent'anni e con entusiasmo per il suo paese, ma era riuscito anche a creare attorno all'Amministrazione comunale un piccolo gruppo di persone appassionate al bene pubblico, fra le quali non mancavano certo i giovani. Don Celestino non riuscì nell'intento di far recedere dalla decisione Giorgio Montini.
Nel grande impegno profuso per Concesio, non possiamo non menzionare ancora un'impresa storica portata avanti da Giorgio Montini non strettamente legata con le vicissitudini storiche del luogo. Alla fine dell'Ottocento i cattolici decisero d'innalzare un monumento significativo a Cristo Salvatore, su 19 vette di altrettante montagne d'Italia, tanti infatti erano i secoli trascorsi dalla redenzione dell'uomo operata da Cristo. Tra le montagne della Lombardia la scelta cadde sul Monte Guglielmo. Brescia affidò proprio a Giorgio Montini l'onore di cimentarsi in questa splendida impresa. Egli mosse proprio da Concesio i lavori di costruzione del monumento prima di trasferirsi per un periodo di tempo a Pezzoro per seguirne meglio le fasi conclusive. Negli spostamenti da Concesio a Pezzoro, con gioia, portava con sé i due figlioletti: Lodovico di tre anni e Battistino di soli due. Ci vollero ben due anni per ultimare l'opera ma alla fine le fatiche vennero appagate. Il 24 agosto 1902 Giorgio Montini con i figli Battista e Lodovico, in compagnia della nonna, salirono sulla vetta della montagna per l'inaugurazione presieduta dall'allora vescovo di Brescia mons. Giacomo Corna Pellegrini. Quei momenti resteranno per sempre impressi nel cuore e nella mente non solo di papà Giorgio ma soprattutto del piccolo Giovanbattista. Su Il Cittadino di Brescia venne pubblicato un ampio articolo per l’eccezionalità dell'evento; il cronista annotò un particolare importante: "Venne celebrata la Messa servita dai Rev.mi Canonici e alla quale fecero servizio d'onore, oltre alcuni giovani del Circolo e della Commissione, anche i due bambini Lodovico e Battista Montini. Sua Eccellenza benedisse la Cappella...". Di quei momenti così intensi Francesca Buffali scrisse alcune righe alle nuore rimaste a Concesio: "... Dirvi i sentimenti provati da me, ieri, ... io certo non lo posso. Solo vi assicuro che io ho pregato in particolare per voi due, che mi siete carissime."
Una crescita serena
Mentre il padre era impegnato nelle vicende sociali, mamma Giuditta accudiva e seguiva amorevolmente i tre figli, in particolare Battistino che era molto delicato di salute nonostante la sua allegria ne mascherasse il disagio. Sotto la guida di Lodovico, il più grande, i tre si divertivano a giocare con i coetanei che volentieri invadevano il giardino di casa. Quando la mamma interrompeva il gioco per lo studio correvano subito ai libri. "La mamma - dirà poi Lodovico - partecipava ai nostri studi senza entrare in essi. Solo qualche volta, essendo lei bravissima nello scrivere, aiutava me, Francesco e Battista a fare i temi, suggerendoci qualche pensiero, dandoci un'idea". Eppure a Battistino piaceva molto giocare. Uno dei giochi preferiti era chiamato "Ciàncol" e consisteva nel lanciare con un bastone un pezzo di legno appuntito dalle due parti mentre altri giocatori tentavano di prenderlo al volo. Costruivano anche giochi originali come il carretto con le ruote a sfera chieste a chissà quale persona. "Battista - ricorda Alessandro Bertoloni che ha sempre abitato nel palazzo - all'inizio aveva un po' di paura, forse era il suo carattere. Poi, anche lui dopo i primi capitomboli mise da parte la paura e affrontò tutti i rischi di quel buffo carrettino". Meta di molti giochi era anche una grotta, profonda una decina di metri, situata sul Colle della Verdura, raccontata in centinaia di episodi fantasiosi dai bambini del luogo. Altre volte la casa si animava della presenza di tutti gli scolari del paese. "Noi - racconterà un vecchio compagno di scuola - si veniva qui nella loro casa per il saggio scolastico di fine anno. Gli invitati prendevano posto sulle sedie allineate lungo il muro e c'erano il Sindaco, l'Ispettore, il parroco, il signor Giorgio, la signora Giuditta e i loro figli. Noi ragazzi recitavamo le poesie, si faceva gli esercizi ginnici ed in premio ci venivano dati frutta e dolci". 
Molti sono gli scritti sui momenti felici e spensierati trascorsi tra queste mura: "Il morettino (Battista), come lo chiama Giorgio, è sempre di lena e sempre buono; ora è nel brolo a girare con lo zio Beppe e con Ludovico" (Francesca Montini a Giuditta, 10 ago 1899). Nelle giornate estive meno afose poi, la mamma portava volentieri i suoi figli al Santuario della Madonna della Stella. Quel luogo gli piacque sempre oltremodo tanto che, anche da prosegretario di Stato, soleva chiedere al vescovo di Brescia di tenergli libero il posto come cappellano del Santuario poiché, quando il suo lavoro glielo avrebbe permesso, si sarebbe ritirato lassù. La mamma Giuditta annotava, in una lettera al marito: "Sono allegri e buoni, continuano ad essere buonissimi, allegrissimi. Grazie a Dio stiamo tutti bene, i bambini sono tornati ora dalla Stella freschi e di lena come uccellini in festa". Se le passeggiate non dovevano protrarsi per tutto il pomeriggio, allora si recavano al piccolo santuario della Madonna del Tronto, in località S. Andrea, per recitare il santo rosario.
Mamma Giuditta, oltre che sempre premurosa ed attenta ai propri figli, era anche una donna dal cuore grande. Con il marito soccorreva tutte le persone e le famiglie povere che a lei si rivolgevano per un aiuto non solo economico. Da lei i bambini appresero l'attenzione verso i poveri, quel tratto distinto eppure fraterno che soccorre senza far pesare l'aiuto. E' dalla mamma che essi impararono la mitezza e assieme la severità morale, il rispetto della dignità dell'uomo e l'amore per le persone umili.
Pur vivendo, nel periodo invernale, nella casa di Brescia, tuttavia i Montini restarono sempre legati alla casa estiva e alla gente di Concesio. Ne fa fede una testimonianza diretta di don Francesco Galloni, nominato nel 1914 curato in Concesio, che così scriveva a Giuditta Montini: "Con Battista e altri che pensiamo raccogliere, intendiamo stringere un'unione di pensiero e di carità che prepari il nostro spirito all'attuazione del maggior bene possibile. ... E' un vago augurio che ci sorride, è una speranza, potrebbe darsi lontana, ad ogni modo qualcosa resterà, se non altro nella più spiccata e generosa vocazione al bene". In quei mesi Battista partecipava intensamente ai progetti di don Galloni che, subito dopo la nomina a Concesio, sognava di poter costruire un oratorio che accogliesse i ragazzi del paese e al contempo svolgeva una intensa azione religiosa nelle frazioni più lontane dal centro. Le vicende storiche e la Provvidenza di Dio tracciarono per il giovane Giovan Battista altre strade, altri lidi ove compiere il dovere a cui era stato chiamato. 
A Concesio vi ritornò solo di tanto in tanto. Ma il cuore di quest'uomo restò sempre legato alle perone e agli insegnamenti qui ricevuti. Ne fanno fede le parole incise sulla lapide posta all'ingresso della dimora concesiana: "...annunciò al mondo la civiltà dell'amore che fanciullo apprese fra queste mura" e lo scritto al cugino Ing. Vittorio Montini che, invitandolo a fargli visita, così si esprimeva: "…Non avrò quest’anno la fortuna di una visita? Dopo l’Assunta spero d’essere a Castel Gandolfo, e là il tempo consente qualche pacifica conversazione, che avrei caro di avere con te, per insieme ricordare… il nostro antico Concesio, indimenticabile, e con queste care e pie memorie quelle delle Persone veneratissime, che ci attendono nella comunione dell’eternità: oh! Quanto sempre mi sono presenti, e come ormai le sento vicine…".
 
 

Palazzo Montini  

 
L'antico palazzo è situato all'imbocco dell’antico borgo di Concesio, sulla strada che dalla città portava in Valle Trompia. E' una dimora signorile quattrocentesca che nonostante abbia subito trasformazioni e aggiunte successive lungo i secoli, ha mantenuto intatto il suo impianto originale. Una meridiana, all'interno del cortile, con la scritta "Aeternitatem horas labentes indico" porta la data del 1658 indicando così" un'ulteriore periodo nel quale si sono succeduti interventi che comunque non hanno modificato il progetto originario. Questi rifacimenti e aggiunte si protraggono fino al 1900 circa. La struttura è quella di una tipica casa signorile di campagna con la rimessa per le carrozze, il pozzo per l'acqua, il piccolo portico per gli attrezzi agricoli ed un piccolo giardino ombreggiato per il ristoro dalla calura estiva. Essa sorge a ridosso di una verde collinetta chiamata Colle della verdura. Massiccia e ampia, elegante e rustica insieme, offriva un rifugio solido e sicuro dai boschi limitrofi che a volte potevano riservare brutte sorprese ed un ambiente ideale per il lavoro non solo agricolo ma politico e sociale.
Questa casa venne fatta costruire dalla famiglia Lodron. I Lodron appartenevano ad una nobile famiglia proveniente da Trento, qui giunti verso la fine del XII sec. perché investiti del Feudo sito nella periferia della città comprendente il borgo di Concesio. Tra i Conti di Lodron figurano anche due vescovi: Francesco Lodrone del 1600 e Sebastiano Lodrone del 1643, ambedue battezzati nella Parrocchiale di S. Antonino e sepolti nell'attiguo oratorio di San Rocco di proprietà della famiglia stessa fino alla costruzione della nuova chiesa dedicata al Santo francese.
La costruzione originaria quattrocentesca è l'edificio a tre piani che si affaccia sull'attuale via Rodolfo da Concesio. E' stata costruita a forma rettangolare e alcuni particolari costruttivi e decorativi sono ancora esistenti e ben visibili, come le cornici alle finestre di facciata al piano terra in sfondato con archi inflessi (ha la sagoma dello scudo sannitico rovesciato), all'interno è possibile vedere ancora oggi i peducci delle volte e poi il tipo delle volte stesse. I soffitti del secondo piano a travetti lacunari con tavolette dipinte terminali indicano chiaramente lo stile elegante del '400. Sopra il portone d'ingresso nel XVII secolo venne costruito uno splendido balcone in ferro battuto inginocchiato che abbellisce e dona ancor più eleganza e stile all'intero edificio.
Varcato il portone, ci si trova sotto un ampio portico che immette nel giardino interno; qui una piccola porta, collocata sulla sinistra, conduce a due locali rustici a volta, intramezzati alla fine del secolo scorso, con un corrispondente portico a mattina. A monte di questi la tipica sala grande di soggiorno, la caminada, con volta a crociera assai simile alla seguente verso mattina. Fra i due locali lo stretto vano della scala originaria. La scala maggiore attuale venne ricavata nel Seicento nel vano di tre sale sovrapposte nel corpo principale. Altre aggiunte, che possono essere assegnate alla riforma della casa avvenuta sempre nel XVII secolo, sono il portico di quattro campate dalle colonne tozze e tre altri locali che completano il fabbricato a mattina.
Al primo piano la disposizione delle stanze segue con esattezza quella del piano terreno. La parte quattrocentesca è a locali con volte a crociera, come le sottostanti. La parte seicentesca è notevole soprattutto per la decorazione pittorica. Nei soffitti delle due sale in estremo est vi sono medaglioni centrali che recano i simboli del sole e dell'aquila, quest'ultima col motto In sublimis securitas. Più importante invece è la galleria impostata sul portico a monte, che presenta un soffitto a travetti decorati ed un'alta fascia con dodici piccoli medaglioni con paesaggi e macchiette entro i cartigli, di ottima mano, rappresentanti i mesi ed i segni dello zodiaco. Degna di nota è pure un'altra sala, sita in un corpo aggiunto a sud, costruita e decorata nel Settecento la cui volta è suddivisa in medaglie a stucco ed affrescate: la centrale con la Notte e l'Aurora, quelle d'angolo con putti, di discreto pittore nell'orbita dello Scalvini. Il secondo piano, nella parte verso sud venne rispettato dalle varie trasformazioni ed infatti i locali presentano tutti il soffitto a travetti, mensolette terminali, lacunari e tavolette dove vi si possono ancora leggere parti dei dipinti attribuibili al sec. XV.
 

Origine Toponomastica  


 Il Cognome Conces(i)us compare nell'epigrafe CIL III 5848 trovata ad Augusta (e non se ne conoscono altri casi).

Ci fu poi nell'antichissima Italia settentrionale un altro nome etimologicamente accostabile a Concesio e a Concesus: una moneta d'argento dei Galli Boi, traspadani, che si chiamavano Congesa o Concesa.

            Per cercare altri lumi sul toponimo Concesio possiamo sfogliare il Dizionario di toponomastica lombarda dell'Olivieri dov'è riportata l'opinione di A. Gnaga: si tratterebbe di CONCISIO/CONCESIO (CONCAESA) termine collegato con le operazioni di taglio dei boschi cedui. Infatti il territorio che divideva la città dalla Valle Trompia, era ricchissimo di legname che veniva utilizzato dalla città per la costruzione dei tetti delle abitazioni, o più propriamente come legna da riscaldamento nel periodo invernale. Non vi sono documenti che indicassero con particolare precisione, la nascita di primitive falegnamerie (o semplici depositi di legname) nella zona attuale di Pieve-Concesio, ma la strada che venne costruita per congiungere la città con la Valle, frequentatissima, e la costruzione d'un edificio di culto, avvalora questa ipotesi.
            Simile origine, e storia, avrebbe anche il nome di CONCESA frazione di Trezzo D'Adda (BG).
            Da ricerche effettuate, in Europa vi è un unico esempio (trovato finora), di nome di luogo simile (molto simile se si pensa al dialetto CONSESS), è un piccolo paese francese nel dipartimento dei Bassi Pirenei: un tempo si chiamava CONCIS, oggi è divenuto "CONCHEZ de Bearn".
 
 

Storia - L'acquedotto Romano  


 

Alcune vie di Concesio come via Rodolfo e via Sangervasio, arterie attorno alle quali sono sorti nel tempo i borghi storici della nostra comunità, sembrano letteralmente disegnate sul tracciato dell’antico manufatto il quale, snodandosi per più di sette chilometri, portava acqua dalla bassa Valle Gobbia al colle Cidneo. Alcuni studi tecnici recentemente condotti meglio identificano le caratteristiche costruttive di quest’opera risultato di un grande livello ingegneristico e di una raffinata conoscenza dei principi idraulici. Si stima che l’acquedotto romano della Valle Trompia approvigionasse la città con una portata costante di circa 200 litri al secondo potendo peraltro convogliare in alcuni suoi tratti quantitativi d’acqua enormemente superiori: in prossimità di Ca’ de Bosio è stata rilevata una portata massima di 450 litri al secondo. Il fiume Celato, arteria d’acqua che ha rivestito per la città un ruolo d’importanza strategica, utilizza il condotto romano per quasi cinque chilometri da Campagnola di Concesio fino a Mompiano. Ed è in questo rapporto simbiotico con il Celato che l’antico manufatto ci ricorda il valore e l’umiltà della propria presenza. Una presenza attiva e funzionale all’economia della bassa valle, segnata per secoli dall’utilizzo irriguo, igienico e cinetico delle sue acque.Oltre alla funzione economica, l’acquedotto romano ne ha espletato un’altra altrettanto importante, intimamente calata nella quotidianità delle attività umane che nel tempo sono divenute consuetudine. Esso si trasforma in una vena del territorio più o meno scoperta a cui fare riferimento:”l’evidenza archeologica ha permesso di riconoscere l’utilizzo, in epoche posteriori, di alcuni tratti della struttura romana come confine di proprietà agricole e di edifici oppure per terrazzamenti di campi. Infine (...) è possibile ipotizzare una correlazione, anche se parzialmente documentata, tra gli antichi insediamenti ed il transito della struttura romana”.Nel 1919 un tratto dell'acquedotto fu scoperto durante i lavori in corso immediatamente a nord di Concesio centro. Oggi è visibile una piccola parte dell'acquedotto originale indicato da una piccola lapide con segnaletica turistica; un secondo squarcio di acquedotto è venuto alla luce in zona S. Andrea ma è rovinosamente coperto da folta vegetazione. I rimanenti resti sono stati ritrovati in case private durante le fasi di ristrutturazione e quindi non visibili, o ancora non portati alla luce da scavi archeologici

Allegati

Fossili di Concesio

Note: Allegato in PDF

Ultima modifica: Gio, 18/02/2016 - 11:15